Scritto da Cécile Sauvage [In lingua originale (francese)], figura emblematica della poesia dell’intimo, « La casa sulla montagna » ci trasporta in un universo dove la natura e l’anima si fondono. Questa poesia, tratta dalla sua opera intrisa di una rara sensibilità, risuona come un invito alla contemplazione e al raccoglimento.
Di Cécile Sauvage
La nostra casa è sola nel cuore della montagna Dove il canto d’una fonte richiama i canneti, Dove l’orto pieno di verdure guadagna La roccia che ci tiene nel suo aspro segreto. Settembre lascia cadere sulle molli argille La mela abbandonata ai maialini grassottelli. Abbiamo dovuto posare sassi sulle tegole ; Poiché la bise spesso si affila tra i pioppi, Il battente sbatte la notte, il gancio della porta Danza nel suo anello. Abbiamo paura e freddo. Lo stagno delle pecore risveglia la sua acqua morta E d’improvviso un sasso traballante cade dal tetto. Amo, sotto il mio pero eroso dalle muffe, Veder sorgere il borgo di funghi serrati, Una piccola dalia mi piace per le sue increspature, Le mie pecore hanno il naso e gli occhi del cammello. Il nostro universo si estende al ritmo del nostro sogno, Il silenzio è bagnato dalla voce del torrente, La luna tonda esce quando si leva Da un nido di timo appollaiato sui monti declinanti. Seduta alla luce della porta che posa Il suo riflesso sulla brocca verde e sul calderone, Per la patata dal ventre duro e rosa Cucio sacchi. Vedo biondeggiare la zucca.
Le prugne viola si raggrinziscono sui graticci, L’insalata della sera è nel secchio di legno E corvi golosi che sfiorano i boschi Fanno cadere, litigando, vecchie noci. È il tempo in cui la foglia ai rami trabocca, La montagna nutre erbe profumate, La nostra capra si annoia e tira la sua corda Per raggiungere le lavande fini delle alture. Il padrone qui vicino lavora un campo di pietre ; Vado per il suo ritorno a bagnare il pane indurito, Preparare per la sua fame un piatto di frutta E il bicchiere dove il vino palpita e si assopisce. Ci piace vivere accanto allo spazio ; Un volo d’api gira con grida di fiori, La neve che d’estate resta nei crepacci Sembra staccarsi dalle nuvole erranti. Vespe dal corpo lungo succhiano le sorbe mature, La casa che si abbronza ha muschi sul dorso, Il campanaccio degli arieti suona le nostre ore pure. Per scaldarci, non appena la luna chiude l’occhio, Il sole come un bue fuma nell’alba nuda ; Poiché sui nostri picchi il cielo di lino tiepido è teso E la nostra fronte oscura è toccata dalla nuvola Quando viene a dormire nelle querce contorte.
L’anima di un rifugio tra cielo e terra
In questo testo, Cécile Sauvage (1883-1927) esplora la tematica dell’isolamento protettivo. La casa non è un semplice edificio di pietra su una montagna ; diventa il simbolo di un santuario interiore.
Ciò che colpisce in questa scrittura è la verticalità. Ponendo la sua dimora sulle cime, la poetessa si sottrae al tumulto del mondo per avvicinarsi all’essenziale. Vi si ritrova quella ricerca di silenzio che mi sta a cuore in questo sito, una volontà di ritrovare un ritmo più organico, lontano dall’agitazione digitale dei nostri telefoni e dalle loro costanti interruzioni.
Questa ricerca di serenità si ritrova anche nella mia cronaca sulle notifiche, dove evoco il bisogno di silenzio.